“Davide ha vinto contro Golia” – Nuovo Isee

Nuovo Isee, le famiglie vincono il ricorso: l’indennità non è reddito

Il Consiglio di Stato respinge il ricorso presentato dal Governo contro le sentenze del Tar: “Indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie non servono a remunerare, ma a a compensare inabilità”: quindi non possono essere conteggiate come reddito. Bonanno: “Davide ha vinto contro Golia”

Sul nuovo Isee, il Consiglio di Stato ha dato ragione alle famiglie con disabilità, respingendo nuovamente l’appello presentato dal Governo. Il ricorso contro il nuovo Isee, insomma, è ufficialmente e completamente vinto: e l’appello presentato al Consiglio di Stato dal governo è stato respinto. “Deve il Collegio condividere l’affermazione degli appellanti incidentali – si legge nella sentenza – quando dicono che ‘ricomprendere tra i redditi i trattamenti indennitari percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito – come se fosse un lavoro o un patrimonio – ed i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni, non un sostegno al disabile, ma una ‘remunerazione’ del suo stato di invalidità oltremodo irragionevole, oltre che in contrasto con l’art. 3 della Costituzione”. Il Consiglio di Stato conferma quindi quanto già sentenziato dal Tar del Lazio, il quale aveva respinto “una definizione di reddito disponibile che includa la percezione di somme, anche se esenti da imposizione fiscale”: in sintesi, le provvidenze economiche previste per la disabilità non possono e non devono essere conteggiate come reddito.

E argomenta così il Consiglio di Stato, in merito alla questione di indennità e reddito: “Non è allora chi non veda che l’indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioè indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale. Tali indennità o il risarcimento sono accordati a chi si trova già così com’è in uno svantaggio, al fine di pervenire in una posizione uguale rispetto a chi non soffre di quest’ultimo ed a ristabilire una parità morale e competitiva. Essi non determinano infatti una ‘migliore’ situazione economica del disabile rispetto al non disabile, al più mirando a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa”.
Esultano i ricorrenti, che proprio pochi minuti fa hanno ricevuto da notizia dall’avvocato che li ha rappresentati, Federico Sorrentino. “Ero sicura che il Consiglio di Stato ci avrebbe dato ragione! Questa è la prova che in Italia la giustizia ancora esiste, a dispetto di quanto vogliono farci credere – commenta emozionata Chiara Bonanno, una delle promotrici del ricorso – È una sentenza storica, perché nata dalla volontà di tante persone e famiglie vessate da una legge iniqua e ingiusta e da un governo che si è mostrato persecutorio nei nostri confronti. La prima sentenza del Tar – ricorda Bonanno – era infatti immediatamente esecutiva. ma per due anni il governo ha continuato ad applicare un Isee palesemente ingiusto, che ha creato ingiustizie, gravi danni e perfino morti. Perché chiedere a famiglie allo stremo di compartecipare alle spese dell’assistenza significa colpire con forza chi forza non ha. Chi ha fatto questa legge ha creato gravi danni economici, ma sopratutto alla dignità di queste persone. Davide ha vinto contro Golia: tante persone debolissime si sono letteralmente trascinate dal notaio, per firmare il mandato all’avvocato. E’ stato faticosissimo fare tutto questo: ma abbiamo vinto. I deboli hanno sconfitto il potere. E oggi festeggiamo”.
(redattoresociale.it)

di Giovanni Cupidi

Nuovo Isee e disabilità, botta e risposta tra un “caregiver” e il viceministro Guerra

Potrebbe essere vicino al traguardo l’iter di approvazione del nuovo indicatore economico: costante l’attenzione delle famiglie di disabili, che chiedono di escludere dal conteggio le provvidenze. Il viceministro: “Le politiche per la disabilità non si fanno con l’Isee”

ROMA – Il governo Letta, crisi o non crisi, potrebbe riuscire a licenziare in questi giorni il nuovo Isee: previsto dalla con la manovra “Salva Italia” (legge n. 214 del 2011) e già sottoposto al vaglio delle commissioni competenti sia alla Camera che al Senato, il provvedimento attende solo il via libera del ministero dell’Economia e delle finanze e l’approvazione finale, come decreto del Presidente del Consiglio.

Isee e disabilità. Obiettivo del nuovo indicatore sarebbe quello di misurare in maniera più efficace l’effettiva condizione economica degli italiani, per poi basare su questa l’elargizione di servizi in maniera gratuita o compartecipata. La questione tocca quindi particolarmente le persone con disabilità e le loro famiglie, beneficiari di servizi socio-assistenziali e chiamati in causa direttamente dalla bozza di decreto che, in linea con la manovra Salva Italia, prevede che nel reddito siano computate anche pensioni d’invalidità e indennità di accompagnamento. Se quindi è stata costante l’attenzione delle famiglie e delle associazioni a questo tema, in questi giorni torna alta la preoccupazione.

Botta e risposta. Alla questione è stato dedicato nei giorni scorsi un seminario presso la Casa del volontariato a Carpi, intitolato “L’impatto dell’Isee sulle famiglie e sul welfare locale”, a cui ha preso parte, tra gli altri, il viceministro al Welfare Maria Cecilia Guerra. “L’impatto è presto detto – commenta su Facebook Chiara Bonanno, mamma di un ragazzo disabile e animatrice di diverse iniziative in sostegno della disabilità – Le famiglie si stanno organizzando per adire a vie legali contro una legge discriminante ed anticostituzionale”. Replica il viceministro: “Isee è un metro, una misura della condizione economica delle famiglie e deve essere fatta nel modo il più possibile accurato. Questo è lo scopo della riforma – spiega Guerra – Poi la misura delle tariffe e le condizioni di accesso alle prestazioni e ai servizi sono decise dagli enti erogatori, non dal decreto sull’Isee. Con la riforma dell’Isee non si aumenta né si taglia la spesa di welfare. Si permette solo di evitare che famiglie più ricche accedano ad esempio all’asilo nido con tariffe più basse rispetto a famiglie più povere”.

Indennità, franchigie e categorie. Chiara Bonanno, però, ribatte, dando vita ad un botta e risposta “pubblico”, che diventa un’occasione per approfondire i nodi più critici della riforma. “Dunque per lei l’indennità di accompagnamento e le pensioni d’invalidità civile rappresentano una ricchezza per le persone con disabilità?”, domanda al viceministro, che spiega: “La riforma prende ampiamente in considerazione la situazione speciale delle persone con disabilità. Se da un lato si considerano le indennità fra il reddito, dall’altro si considerano in parte analiticamente e in parte forfetariamente (per tenere conto del lavoro di cura dei familiari) le spese superiori che una persona con disabilità deve affrontare. La disabilità è poi classificata in tre diverse categorie di gravità, definite con l’accordo delle federazione dei disabili. Il disabile adulto che vive con i genitori viene considerato nucleo a se stante, le franchigie per i bimbi sono aumentate. Diversamente dall’attuale Isee, si favoriscono i disabili più gravi e più poveri rispetto a quelli meno gravi e meno poveri. A me sembra un ottimo risultato. Poi ovviamente le politiche per la disabilità non si fanno con l’Isee”.

Un caregiver da 6.500 euro. Per quanto riguarda il riconoscimento del caregiver familiare, tema caro a molte famiglie, il viceministro osserva che “si tiene conto, attraverso una franchigia, dei costi del care giver familiare, quelli che non possono essere documentati”. Una risposta che però non soddisfa Chiara Bonanno, che in nome della sua lunga esperienza di “caregiver” ribatte ancora: “La franchigia per le persone con disabilità grave e gravissima è di 6500 euro! Lei ha mai sentito parlare di una condizione di gravissima pluridisabilità?? Temo di no, altrimenti non affermerebbe che il lavoro di cura del familiare viene compreso in una franchigia di appena 6500 euro per i non autosufficienti… Inoltre, mi perdoni, ma affermare che l’indennità di accompagno copra interamente il lavoro di cura del familiare significa non avere nemmeno una vaga idea di cosa sia il lavoro di cura di una persona con disabilità grave e/o gravissima! Se a un badante, impiegato per un quinto del tempo che trascorre un familiare con una persona con disabilità grave, si propone una retribuzione di 6.500 euro annui si rotola dal ridere! Questa sua dichiarazione è, purtroppo, l’esempio più eclatante di come le associazioni che vengono giudicate dal governo come rappresentanti della condizione di disabilità rappresentano interessi altri, probabilmente legati ai servizi, e non certo alle reali condizioni delle persone con disabilità ed ai loro familiari”.

(superabile.it)

Isee, disabilità alla resa dei conti

Come spesso mi piace fare anche questa volta vi invito a leggere l’articolo scritto da Franco Bomprezzi sul blog Invisibili del corriere.it. L’argomento dell’articolo è molto scottante, si tratta della modifica, ormai in ultima fase di revisione e di attuazione, del nuovo ISEE da parte del Governo.

————–
di Franco Bomprezzi

E’ una guerra oscura, spesso combattuta in trincea, cercando di alzare piccole barricate per evitare danni e perdite gravi: sono anni che si teme l’arrivo di un nuovo strumento di valutazione del reddito delle famiglie, ossia l’Isee, Indicatore della Situazione Economica Equivalente. Ora apprendiamo che le Commissioni parlamentari Finanze e Affari Sociali della Camera hanno espresso parere positivo allo schema di decreto proposto dal Governo, per riordinare questa complessa materia. Un parere pieno di osservazioni, però, che tengono conto dei dubbi espressi dalle associazioni delle persone con disabilità, e anche della mancanza, tuttora, di uno strumento fondamentale di giustizia sociosanitaria come la definizione dei cosiddetti Lea, i livelli essenziali di assistenza, che dovrebbero valere ovunque, dalle Alpi alle isole, da Est a Ovest.

Non sono in grado di entrare nel merito giuridico di un tema così delicato. Provo solo a elencare alcune questioni di fondo che stanno venendo alla superficie e che nel futuro modificheranno profondamente il sistema di erogazione dei servizi sociali e assistenziali in Italia. Il problema non è soltanto l’Isee, che in fin dei conti è uno strumento di equità, che fra mille aggiustamenti sta arrivando a tenere conto del maggior costo che le persone con disabilità e le loro famiglie devono sostenere per vivere alla pari con gli altri cittadini (senza riuscirsi in ogni caso, tanto che si prevede extra reddito il permanere dell’indennità di accompagnamento, a titolo di risarcimento forfetario per tutto ciò che comporta una spesa determinata dal deficit).

E’ giusto che ci sia uno strumento di valutazione di questo tipo, cioè non basato solo sulla discutibile e spesso non veritiera dichiarazione dei redditi. Il fatto è che siamo per fortuna ancora in un Paese che si basa sull’universalismo dei diritti, non legati dunque al censo, ma alla propria condizione di persona. Sarebbe grave ritenere che soltanto le persone in stato di bisogno economico, se non di povertà, possano accedere ai servizi sociosanitari. Questa sarebbe la premessa per avere servizi pubblici di bassa qualità, destinati ai “poveri”, mentre i ricchi potrebbero scegliere servizi privati costosi e di elevata efficienza. In realtà questo fenomeno, sottotraccia, si sta già in parte verificando, a causa della crisi del welfare nazionale. Ma il criterio in base al quale alcune prestazioni di carattere sociale e assistenziale (non strettamente sanitarie, dunque) devono essere garantite a tutti ma con il filtro della partecipazione alla spesa in base al reddito è assolutamente corretto e condivisibile.

Il punto aperto, e assolutamente critico, è come si determinano, una volta definita la composizione dell’Isee (con franchigie e detrazioni comprese) a livello regionale e locale i livelli massimi di reddito per accedere ai servizi senza aggravio di spesa per la persona o per la famiglie. E’ ben diverso se la soglia di reddito equivalente si ferma a 15 mila euro, oppure sale, per ipotesi, a 40 mila euro. Su questo punto la guerra si sposterà nelle tante trincee regionali, con il rischio che si creino, ancora una volta, violente disparità di trattamento a seconda del posto in cui si vive. Il che è profondamente ingiusto.

E poi, sullo sfondo, resta del tutto irrisolto il tema del costo e della intrinseca qualità dei servizi, dall’assistenza domiciliare ai trasporti, dalle rette per le residenze agli ausili. Una spesa sociale rispetto alla quale occorre una ben diversa attenzione, partendo proprio dai diritti essenziali della persona, e non dalla difesa di rendite di posizione, o addirittura di casta burocratica. Il Paese scricchiola di fronte alla necessità assoluta di rimettere mano al sistema delle agevolazioni, dei trattamenti previdenziali, delle certificazioni di gravità, dell’accesso al lavoro. Il mondo della disabilità sembra ora costretto a giocare solo in difesa (spesso addirittura dividendosi al proprio interno), invece di partecipare, con la propria cultura, la propria esperienza, le grandi competenze a disposizione, alla migliore costruzione di un mondo più giusto.

Ma alla fine, la preoccupazione irrisolta riguarda la possibilità di controllare in modo serio, non vessatorio, ma rigoroso, la correttezza delle dichiarazioni di reddito equivalente. La guerra tra poveri e falsi poveri, l’elusione fiscale, la diffusa evasione, sono tutti fattori così gravi ed evidenti da rischiare di vanificare o di rendere poco credibile qualsiasi riforma, compresa la nuova definizione dell’Isee. Guardiamo il dito, e non vediamo la luna.

Intanto la crisi morde le famiglie e ancor di più quelle nelle quali vivono persone con disabilità, più o meno grave. Dal loro punto di osservazione non può che esserci paura, ansia, sfiducia. Il Governo deve tenerne conto. Senza coesione sociale non c’è ripresa che tenga. E fare “spending review” partendo dai più deboli non è esattamente il modo migliore per farsi apprezzare.

(corriere.it)

Nuovo ISEE – PARERE APPROVATO DALLE COMMISSIONI

Schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) (Atto n. 18)

PARERE APPROVATO DALLE COMMISSIONI

Le Commissioni riunite VI (Finanze) e XII (Affari sociali), esaminato lo schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri concernente la revisione delle modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) (Atto n. 18);considerato che:
-il provvedimento attua l’articolo 5 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, modificato dall’articolo 23, comma 12-bis, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, che prevede testualmente:“con decreto…….sono rivisti le modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’indicatore di situazione economica equivalente al fine di adottare una definizione di reddito disponibile che includa la percezione di somme anche se esenti da imposizione fiscale e che tenga conto delle quote di patrimonio e di reddito dei diversi componenti della famiglia nonché dei pesi dei carichi familiari, in particolare dei figli successivi al secondo e di persone disabili a carico”;
-il superamento della vigente disciplina dell’ISEE consente di rendere più equo e più efficiente il sistema di determinazione delle condizioni economiche che danno accesso a una serie di prestazioni di carattere economico e sociale;
-il vigente ISEE non tiene conto in modo adeguato di tutte le forme di reddito disponibile e di ricchezza patrimoniale;
-l’attuale sistema dei controlli non consente un sistematico contrasto a fenomeni fraudolenti e d’indebita fruizione di servizi e prestazioni sociali e che, pertanto, il citato articolo 5 ne prevede il rafforzamento;
-opportunamente il nuovo indicatore ha tenuto conto della difficile fase economica con l’introduzione di un “ISEE corrente” da applicarsi di fronte alla riduzione del reddito superiore al 25% rispetto all’anno precedente;             ritenuto opportuno che il campo di applicazione del nuovo ISEE rimanga quello precedentemente previsto delle “prestazioni sociali”, così come definite dalla legge n. 328 del 2000;            atteso che lo schema di decreto mantiene la previgente definizione di “prestazioni sociali agevolate”, definizione che aveva dato luogo a divergenti applicazioni nei servizi erogati dagli enti locali, essendo infatti molto diverso applicare l’ISEE per individuare chi accede al servizio o per determinare il quantum della retta;
-preso altresì atto che la Corte Costituzionale, con sentenza n. 297 del 2012, haaffermato che la normativa relativa alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali rientra nella competenza legislativa esclusiva dello Stato, sottolineando tuttavia come la stessa determinazione dell’ISEE richieda la ricognizione delle situazioni locali e la valutazione della sostenibilità finanziaria, tramite acquisizione di dati di cui gli enti erogatori delle prestazioni dispongono in via prioritaria, imponendo quindi l’intesa conla Conferenza unificata; pertanto l’inserimento dell’ISEE tra i livelli essenziali rende ancora più urgente la necessità di definire i livelli essenziali delle prestazioni sociali;            considerato inoltre che il trattamento delle persone con disabilità e non autosufficienti, nel nuovo ISEE, in generale favorisce i soggetti con minore reddito e in condizioni di maggiore gravità, come si evince dal fatto che l’abbattimento dell’ISEE per la condizione di disabilità avviene mediante una riduzione forfetaria dal reddito stesso (quindi, in termini proporzionali, maggiore per i redditi più bassi), crescente all’aumentare della condizione di gravità, mentre nel vecchio ISEE l’abbattimento avveniva mediante una maggiorazione indifferenziata della scala di equivalenza ed era quindi indipendente dalla gravità e proporzionale al reddito (cioè, in termini assoluti, maggiore per i redditi più alti);
ritenuto che le pur apprezzabili novità illustrate nel paragrafo precedente possano tuttavia determinare il verificarsi di situazioni in cui, qualora il reddito della persona disabile sia molto basso o nullo ma vi siano beni patrimoniali, la detrazione prevista nel nuovo ISEE non operi pienamente, mentre le Commissioni auspicano che per tali situazioni si preveda un trattamento più favorevole;
considerato altresì che le diverse associazioni rappresentanti dei soggetti disabili hanno espresso preoccupazioni in ordine all’articolo 4, comma 2, letteraf), dello schema di decreto e in merito al trattamento riservato alle famiglie con minori disabili, preso infine atto dei rilievi sulle conseguenze di carattere finanziario espressi dalla Commissione Bilancio, che si condividono e si allegano al presente parere,esprimono
PARERE FAVOREVOLE
con le seguenti osservazioni:a) il Governo confermi l’esclusione dal campo di applicazione del nuovo ISEE delle prestazioni assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, poiché un ampliamento del medesimo campo di applicazione che vada oltre le prestazioni sociali, così come definite dall’articolo 1 dello schema di decreto, potrà essere disposto solo in seguito ad una esplicita previsione legislativa;b) valuti il Governo l’opportunità, all’articolo 1, letterae), di prevedere la seguente definizione di prestazioni sociali agevolate: “prestazioni sociali non destinate alla generalità dei soggetti e le prestazioni sociali collegate nella misura dell’agevolazione o nella determinazione della compartecipazione a determinate situazioni economiche”;c) valuti il Governo l’opportunità, all’articolo 1, lettera f), nella definizione di “prestazioni agevolate di natura socio sanitaria” dopo le parole: “persone con limitazioni all’autonomia” di aggiungere le parole: “e disabili”; d) valuti il Governo l’opportunità – in relazione al trattamento delle persone con disabilità e non autosufficienti nel nuovo ISEE – di prevedere un trattamento più favorevole con riferimento a situazioni in cui, in presenza di un reddito della persona disabile molto basso o nullo e, contestualmente, di beni patrimoniali, la detrazione prevista nel nuovo ISEE potrebbe non operare pienamente;e) rispetto ai problemi sollevati dalle associazioni dei disabili e all’inserimento delle indennità all’interno dell’Indicatore della situazione reddituale (ISR), valuti il Governo l’opportunità di intervenire in maniera equitativa aumentando le franchigie e prevedendo uno specifico intervento per le famiglie con figli minori disabili e per i casi di polidisabilità;f) con riferimento ai proprietari di casa, si segnala che nello schema in esame le franchigie sono state portate in conto reddito, anziché essere lasciate in conto patrimonio, come avveniva per il vecchio ISEE.
Le Commissioni segnalano che la previsione può comportare distorsioni, abbattendo eccessivamente i redditi di chi ha patrimoni modesti, ovvero non permettendo di usufruire completamente della franchigia della prima casa, causa “incapienza”, per il soggetto che, pur proprietario, si trovi in una situazione, magari temporanea, di basso reddito, e suggeriscono pertanto di riportare la franchigia per i proprietari della prima casa in conto patrimonio;g) con riferimento alla eliminazione, nel nuovo ISEE, della maggiorazione della scala di equivalenza per il genitore solo, non lavoratore e con figli minori, valuti il Governo l’opportunità, vista la situazione di particolare fragilità di tali famiglie, di reintrodurre la suddetta maggiorazione anche nel nuovo ISEE;  h) a tutela delle famiglie più numerose, sulle quali gli indicatori della situazione patrimoniale sono destinati ad incidere diversamente da quelle con un numero minore di figli o senza figli, si segnala l’opportunità che il Governo riveda sia la franchigia sulla prima casa (nel rispetto dell’equivalenza di trattamento tra affittuari e proprietari) sia quella massima di euro 10.000, prevista all’articolo 5, comma 6, ai fini della determinazione del valore del patrimonio mobiliare;i) in tema di individuazione della consistenza dei depositi e dei conti correnti bancari e postali, si osserva che l’articolo 5, comma 4, lettera a), dello schema di decreto prevede un meccanismo assai incerto e complesso ai fini della determinazione della data di riferimento per il saldo contabile attivo: valuti pertanto il Governo l’opportunità di una riformulazione della disposizione che prenda a parametro di controllo anche il valore della giacenza annua media, riferita all’anno precedente la dichiarazione;l) valuti il Governo l’opportunità di estendere le maggiorazioni della scala di equivalenza di cui all’Allegato 1 per le famiglie con più di due figli minorenni, anche ai figli maggiorenni che facciano parte del nucleo familiare ai sensi dell’articolo 3, purché a carico ai fini IRPEF;m) considerata, infine, la complessità della nuova disciplina e la necessità di valutarne l’effettivo impatto, proseguendo nella positiva pratica della consultazione già intrapresa in sede di predisposizione dello schema di decreto in esame, il Governo provveda alla costituzione di una sede stabile di confronto con le istituzioni, le parti sociali e le associazioni nazionali portatrici d’interessi, con il compito di monitorare l’applicazione del nuovo strumento e le eventuali proposte di correttivi.

di Giovanni Cupidi