L’ Autismo in immagini – Mostra fotografica

L’Associazione Il Filo dalla Torre ONLUS, da anni lavora nel campo dell’autismo e della disabilità psichica, sostenendo la crescita dei bambini autistici, delle loro famiglie, delle scuole e di tutti i contesti che ruotano intorno a loro.

Grazie alla professionalità, all’attenzione ed alla sensibilità del fotografo Massimo Bottarelli, l’Associazione è lieta di invitarvi alla mostra dal titolo “L’autismo in immagini”, che vi consentirà di entrare maggiormente in profondità nel mondo dell’autismo.

Sguardi, sorrisi, quotidianità e tanti splendidi momenti trascorsi insieme: il tutto rappresentato attraverso le splendide foto in bianco e nero.

Contemporaneamente, sarà possibile gustare un prelibato aperitivo.

L’evento è realizzato grazie al contributo volontario di tanti sostenitori delle attività dell’associazione e ha una finalità di raccolti fondi.

Il costo del biglietto di ingresso è di 12 euro e l’intera somma raccolta andrà a sostenere la realizzazione dei diversi progetti offerti ai ragazzi ed alle loro famiglie

Vieni a visitarci anche sul nostro sito www.filodallatorre.it e seguici su Facebook, alla pagina Il Filo dalla Torre.

Per motivi organizzativi è gradita la comunicazione della partecipazione entro lunedì 9 Dicembre, chiamando allo 0666165072 o al 3355778869, al quale è possibile anche chiedere informazioni.

 

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AUTI-SIM, IL VIDEOGIOCO CHE SIMULA L’AUTISMO

Ci sono situazioni in cui nemmeno l’affetto e l’amore di una madre sono sufficienti per far fronte a un problema complesso come l’autismo: non è facile essere genitore di un bambino “speciale”, così come risulta pressoché impossibile riuscire a immedesimarsi e a cercare di vedere il mondo con gli occhi del proprio bambino. 
Sophie Walker è una di queste madri: sua figlia Grace è affetta dalla sindrome di Asperger e, talvolta, cercare un punto di contatto con la realtà personale della bambina più essere piuttosto difficoltoso. Eppure, per cercare di capire com’è vivere la vita da Asperger, Sophie ha uno strumento del tutto particolare, un videogioco.

SIMULAZIONE INTERATTIVA – Si chiama Auti-Sim, ed è un gioco di simulazione sul modello del celebre The Sims, sviluppato dalla Hacking Health canadese come parte di una sperimentazione di nuovi metodi di supporto fornito ai genitori dei bambini affetti da autismo. Sophie, che ha scritto un libro sulla propria esperienza, si racconta così sulle pagine dell’Independent: “Ero sia affascinata che un po’ preoccupata dalla prospettiva di scoprire come siano davvero le esperienze quotidiane di mia figlia. Ma sono interessata a qualsiasi cosa possa aiutarmi a capirla meglio per poterla aiutare meglio. Certo, lei è stata vittima di bullismo e, per me, viverla attraverso una simulazione sul computer non sarà mai la stessa cosa”.

COME SE FOSSE VERO – “Procedo per quello che sembra un parco-giochi – racconta ancora Sophie – Man mano che mi avvicino agli altri bambini le loro grida si fanno sempre più forti, hanno le facce bianche e il rosso acceso delle loro magliette mi dà fastidio agli occhi. Le grida si fanno sempre più insopportabili: sembrano usciti da una specie di film horror. A un certo punto qualcuno comincia a dire le lettere dell’alfabeto. Voglio uscire di lì, mi è venuto il mal di testa. Non mi è piaciuto quello che ho visto e non voglio che per mia figlia sia la stessa cosa ogni giorno”.

“PERCHÉ LO CHIAMANO GIOCO?” – Sophie racconta di aver chiamato la piccola Grace per mostrarle il videogioco: “L’ho fatta sedere davanti al computer e le ho spiegato che avevo trovato un videogioco che mostrava com’era avere l’autismo. Volevo sapere cosa ne pensasse e così ho fatto partire la simulazione”. La reazione della piccola è stata netta e quasi sconcertante: “Mano a mano che le grida dei bambini virtuali aumentavano, Grace ha premuto il tasto ‘mute’ con tanta veemenza che la tastiera ha sobbalzato davanti a me. Ho chiuso il gioco e le ho chiesto se fosse stato utile. ‘Sì – ha risposto – Perché ti ha fatto vedere come mi sento quanto tutto diventa un problema. Quando tutti parlano tutti insieme e mi confondono. Pensano che sia divertente gridare al parco-giochi, ma a me non piace”. E il racconto di Sophie si conclude con una domanda della sua bambina, una domanda a cui non ha saputo rispondere: “Mamma, ma perché lo chiamano gioco?”
(autismoincazziamoci.org)

di Giovanni Cupidi

AUTISMO, DA “PSICOSI” A “DISTURBO PERVASIVO DELLO SVILUPPO”: ECCO IL DDL

Non è una pedanteria terminologica, ma un cambio di prospettiva nello studio su questa malattia, che ha reso necessario un nuovo intervento normativo. Istituito un gruppo di lavoro: tra 10 giorni la commissione Sanità si riunirà in plenaria per discutere il disegno di legge

L’autismo non è una ‘psicosi’, ma ‘un disturbo pervasivo dello sviluppo’. E non è una pedanteria terminologica, ma un importante cambio di prospettiva nello studio e negli interventi su questa malattia, che ha reso necessario un nuovo intervento normativo. A marzo, al Senato, Antonio De Poli (Scelta civica) ha presentato un disegno di legge (n. 344), all’esame in questi giorni della commissione Igiene e Sanità, presieduta da Emilia De Biase. Se ne doveva parlare anche ieri, in sede referente ma si è deciso di approfondire il tema creando un gruppo di lavoro ad hoc, e prevedendo una serie di incontri con i centri specializzati e le strutture territoriali che si occupano di autismo. Fra dieci giorni la Commissione si riunirà in seduta plenaria con ulteriori elementi di analisi.
Si diceva del cambio di prospettiva che, come primo effetto, amplia moltissimo la platea dei soggetti interessati a questa patologia: nei paesi industrializzati, si legge nella relazione introduttiva al ddl, le patologie dello sviluppo e dell’apprendimento coinvolgono il 18-20% della popolazione scolastica e, secondo la nuova classificazione, l’autismo viene inserito in queste patologie che comprendono anche la dislessia, i disturbi dell’attenzione e della memoria, l’iperattività, i comportamenti violenti, anoressia e bulimia, depressione, intolleranze e allergie alimentari e ambientali.
L’autismo va quindi trattato come malattia sociale e ci si è arrivati dopo aver capito che “l’approccio neuropsichiatrico – spiega il ddl – non consente di far recuperare al minore un’accettabile vita di relazione” e che quindi è necessario un approccio multidisciplinare. Sono sette articoli e il primo riconosce appunto l’autismo come “malattia sociale”. Nell’art. 2 sono espresse le finalità del provvedimento che, in generale, vuole “favorire il normale inserimento nella vita sociale delle persone affette da autismo”. Lo stesso articolo prevede l’istituzione di banche dati coordinate dal Ministero per monitorare il fenomeno e promuove la formazione degli operatori sanitari. C’è poi il capitolo importante dedicato all’educazione sanitaria delle famiglie di persone affette da autismo e la promozione di progetti internazionali di ricerca.L’art. 3 si occupa di “Diagnosi precoce e prevenzione”. Il 4 è dedicato all’alimentazione, riconoscendo “il diritto all’erogazione gratuita di prodotti dietoterapeutici specifici”. L’art. 5 stabilisce il ‘Diritto all’informazionè raccomandando la chiarezza nei foglietti illustrativi dei farmaci. Nell’art. 6 si prevede che ogni anno il ministro della Salute presenti alle Camere una relazione di aggiornamento sullo stato delle conoscenze in materia di autismo, “con particolare riferimento alla prevenzione, alla diagnosi precoce e ai risultati degli interventi terapeutici e riabilitativi. Infine i costi e le coperture finanziarie: l’art. 7 valuta in 19 milioni di euro l’onere derivante dall’attuazione della legge, a partire dal 2014.
(superabile.it )

di Giovanni Cupidi

AUTISMO. “CASTELLI DI FIAMMIFERI” PER SCOPRIRE COSA C’E’ DIETRO IL SILENZIO

Un racconto sull’autismo, visto attraverso gli occhi dell’infanzia.
Trama scorrevole, linguaggio semplice e accattivante,fantasia e realtà combinate in giusta dose, e tra le righe unmessaggio educativo da fare proprio.

Queste le caratteristiche del romanzo Castelli di fiammiferi.
La storia, ideata da Bettina Obrecht e pubblicata da Uovonero edizioni, mostra con gli occhi di un bambino cosa significa convivere con l’autismo. Jan va alle scuole elementari. Tutto il giorno riesce a sentir parlare gli oggetti e gli animali che lo circondano. Spesso si confida con un pappagallo, con un peluche, con il pupazzo di un supereroe e con un camion dei pompieri giocattolo. Jan non riesce a immaginare una vita in silenzio. Ed è invece quello che prova Lisa, la sua sorella di pochi anni più grande. Lisa è autistica, non parla mai, passa le giornate a giocare con un portachiavi, mangia solo ravioli ripieni di ricotta e spinaci, e vuole che nella sua stanza ogni oggetto sia sempre nella stessa posizione. I genitori fanno il possibile per assistere Lisa, ma la mamma sembra sempre più stanca. Quando intuisce che i genitori vogliono portare Lisa in una casa per ragazzi con bisogni speciali, Jan accresce il suo istinto protettivo.
Sogna di andare a vivere con la sorella in una torre alta, invalicabile. Prova a realizzarne un modellino in miniatura con dei fiammiferi, proprio come fa il nonno, che con i cerini riproduce diversi tipi di costruzioni famose. Jan trasmette questo passatempo a Lisa, che proprio con i suoi castelli di fiammiferi riuscirà a sorprendere le persone attorno a lei, facendo loro scoprire le sue capacità nascoste.
I toni delicati del romanzo non nascondono le reali difficoltà di una famiglia alle prese con un membro autistico. Si raccontano i momenti di crisi della madre che spesso ripete di “non farcela più”. Le liti tra genitori dovute allo stress, e le agitazioni al pensiero del “dopo di noi”. La sensibilità di un bambino nei confronti della sorella disabile, anche se non manca un po’ di gelosia nei suoi confronti quando vede rivolte a lei le attenzioni di mamma e papà. E la considerazione che lo stesso bambino si trova a crescere più in fretta dei suoi coetanei, vivendo in famiglia situazioni spesso difficili per la sua effettiva età. Eppure dalla delicatezza del romanzo emerge con forza l’incoraggiamento a superare insieme i momenti critici, per assaporare così i traguardi raggiunti. Talvolta piccoli gesti, con cui la persona autistica dimostra di essere attenta al “mondo esterno”. Talvolta situazioni sorprendenti, come le doti che Lisa dimostra nelle costruzioni con i fiammiferi. Senza dimenticare l’importanza della condivisione di esperienze e del reciproco sostegno, come succede quando la famiglia di Jan e Lisa incontra quella di Carla e del fratello Nils, anche lui autistico.
Una storia, dunque, destinata sia a bambini che ad adulti.Qualcuno magari si ritroverà in certe situazioni, avendone vissute di simili in prima persona. Tutti, comunque, con questo racconto potranno scoprire un modo originale, interessante e garbato di descrivere l’autismo in una delle sue tante sfaccettature.

di Giovanni Cupidi

Forlì, nasce il centro per disabili e persone autistiche senza famiglia

La struttura inaugurerà a settembre 2013 ed è la prima in Italia a offrire non solo servizi residenziali, ma anche attività diurne come il laboratorio per le autonomie e una piccola scuola che insegna le procedure necessarie per affrontare la quotidianità. L’idea è nata dalle famiglie Forino e Valmori ed è finanziata con soldi interamente privati

Aiutare i propri figli, aiutando i figli di tutti.
E’ trascorso qualche anno, ormai, da quando a Forlì le famiglie Fornino e Valmori, amiche di vecchia data, si posero quella stessa domanda che oggi, in Italia, assilla centinaia di migliaia di genitori, mamme e papà diragazzi con disabilità psichica: come assicurare ai propri figli un futuro dignitoso? E forse nemmeno loro, Vincenzo, papà di Antonio Fornino, oggi 42enne, che soffre di disagio psichico, e Otello, nonno di Nicolò Valmori, 21 anni, affetto da autismo, si aspettavano che la risposta a quella domanda si sarebbe trasformata in un bene per tutta la collettività. Eppure è grazie ai loro sforzi, economici e personali, se il 28 settembre sarà inaugurato a Fratta Terme, un paesino forlivese situato tra Forlimpopoli e Bertinoro, il nuovo complesso residenziale per persone autistiche o con disabilità psichiche rimaste senza famiglia. Il primo inItalia a offrire non solo servizi residenziali, ma anche attività diurne, come il laboratorio per le autonomie, una piccola scuola che insegna ai ragazzi tutte quelle procedure necessarie ad affrontare la quotidianità: fare la spesa, utilizzare il denaro, preparare i pasti, avvalersi dei mezzi pubblici, curare la propria igiene personale. “Tanti anni fa – racconta Fornino – quando mi sono trovato di fronte al disagio psichico di mio figlio, non ho trovato soluzioni concrete ai miei bisogni. La mia preoccupazione era: e dopo di noi? Quando non saremo più in grado di occuparci di nostro figlio?”.
Così, grazie alla collaborazione con Otello Valmori, nonno di un ragazzo affetto da autismo, ha preso forma il progetto della struttura residenziale: 22 ettari di terreno che comprendono 2 strutture abitative, “dove i ragazzi potranno soggiornare assieme alle loro famiglie e partecipare alle nostre attività”, i cosiddetti “soggiorni di sollievo e di autonomia”, un ristorante biologico a chilometro zero, “aperto a tutti, residenti ed esterni”, impianti sportivi “per ragazzi disabili e non” con campi da calcio, da basket, una palestra. Ancora, uno spazio infanzia con attività specifiche relative alla disabilità, tra cui l’Aba, l’Analisi del comportamento applicata, una delle tecniche più efficaci, oggi, per aiutare i bimbi autistici o affetti da disabilità psichica, consigliata anche dal ministero della Salute. Il centro, poi, comprende anche ambulatori, con personale medico sempre a disposizione, una sala convegni, un maneggio e una scuderia per cavalli a pensione, attività agricole all’aperto e al chiuso, sale per le attività diurne e per laboratori.
“E’ un sogno che diventa realtà – racconta il direttore,Pietro Berti – grazie alla generosità di due famiglie oggi è nato un servizio per tutta la collettività”. I fondi necessari a costruire il complesso, infatti, sono tutti privati. “I Fornino erano allevatori di polli, i Valmori erano proprietari di un mangimificio: entrambi hanno devoluto i terreni delle loro aziende alla Fondazione che oggi porta il loro nome, e hanno speso gran parte dei loro risparmi per costruire o ristrutturare le strutture”. Ma due anni e parecchi grattacapi burocratici dopo, “abbiamo avuto qualche difficoltà a ottenere i permessi” spiega Berti, possono dire “di avercela fatta”: il centro è pronto per l’inaugurazione e presto ospiterà fino a 20 persone. “In realtà qui con noi ci sono già tre ragazzi, e ne aspettiamo un quarto in autunno. Ma diciamo che il taglio del nastro, quello ufficiale, sarà dopo l’estate”.
“In Italia – continua Berti – sono molte le famiglie che hanno questo stesso problema, ossia garantire ai propri figli un futuro anche quando loro non ci saranno più. Garantire un ‘dopo di noi’, insomma. La priorità è quindi integrarli nella società, insegnare loro a essere autonomi e autosufficienti. E su questo abbiamo lavorato molto, offrendo a tutti la possibilità di iscrivere i propri figli a corsi studiati su misura per colmare un certo tipo di lacune. Abbiamo laboratori di avviamento al lavoro, specialisti a disposizione di ragazzi e famigliari con consigli utili ad accompagnarli in questo percorso: cerchiamo di fare in modo che il soggiorno qui sia come una vacanza, all’insegna del benessere e della famiglia”.Perché prerogativa del centro sarà anche la possibilità, per mamme e papà, di soggiornare accanto ai propri figli: “Abbiamo previsto sistemazioni per le famiglie, perché il contesto affettivo è fondamentale per i ragazzi. La scienza, da sola, non basta: l’amore dei genitori è un faro. Non si può sradicare il ragazzo dalla famiglia, la famiglia deve essere coinvolta in qualsiasi progetto riguardi i figli”.
Ed è anche per questo che la Fondazione ha previsto soluzioni personalizzate per “venire incontro alle famiglie con più difficoltà economiche”: “Chiunque deve avere la possibilità di accedere al nostro centro, qui tutti devono sentirsi i benvenuti”.

di Annalisa Dall’Oca

http://www.fondazioneforninovalmori.it.

di Giovanni Cupidi

Naoki è autistico e non sa parlare Il suo libro è primo in classifica

Scoperto da David Mitchell, autore di «L’Atlante delle stelle»

Ha 21 anni, vive a Tokyo e sul suo blog ha commentato: «Sono così sorpreso che credevo di cadere per terra»

Naoki Higashida    Naoki Higashida

 

 

 

 

PECHINO – C’è il libro di un tredicenne questa settimana in testa alla classifica dei bestseller stilata dal Sunday Times . L’autore è un ragazzo giapponese, Naoki Higashida, che oggi ha 21 anni. Titolo «The reason I jump» (La ragione per cui salto). Naoki è autistico e non riesce a parlare. Ma sa scrivere e si è raccontato in questo libro-testimonianza che comprende una storia breve e una serie di domande: «Perché un sacco di volte la stessa richiesta?» e «Perché non guardi i tuoi genitori negli occhi?».

Ci sono anche le risposte elaborate da Naoki, che danno un gran colpo ad alcune convinzioni, come quella che l’autismo porti necessariamente con sé l’impossibilità di capire gli altri e il rifiuto di stare in compagnia. Naoki scrive della bellezza, del tempo, del rumore, della gente che lo circonda, ma anche degli attacchi di panico, del senso di isolamento. Il libro è stato scoperto da David Mitchell, l’autore famoso per «Cloud Atlas» (L’Atlante delle stelle, Frassinelli). Mitchell ha un bambino autistico e una moglie giapponese, Keiko Yoshida, che ha trovato online gli scritti di Naoki e ha cominciato a leggerli al marito. La coppia è stata conquistata e ha pensato di tradurli in inglese per aiutare le persone che curano il loro bambino a capire meglio i suoi problemi. Poi Mitchell ha deciso di suggerirlo al suo editore. Pubblicato due settimane fa a Londra, «The reason I jump» è in cima alla importante classifica del Sunday Times per la sezione non-fiction. Naoki, che vive a Tokyo con i genitori, è felice, sul suo blog ha scritto: «Questa cosa mi ha sorpreso così tanto che credevo di cadere per terra». I medici giapponesi si accorsero che Naoki era affetto da autismo quando aveva cinque anni. Il bambino fu mandato in una scuola speciale vicino a Tokyo e per aiutarlo a imparare l’alfabeto, siccome non era in grado di parlare, i maestri misero i caratteri in una griglia disegnata su un grande foglio di cartone e con molta pazienza riuscirono a insegnargli come indicarli uno ad uno e poi a formare frasi.

Il risultato, anni dopo, è stato «The reason I jump»: un salto che proietta il giovanissimo autore fuori dalla gabbia della sua condizione: «Quando ho appreso a scrivere frasi ho voluto raccontare storie da protagonista in un mondo di persone normali, così ho viaggiato libero nel loro mondo». Ma anche Mitchell dice che da quando ha letto il libro-messaggio di Naoki si è liberato da una costrizione auto-inflitta, la relazione con suo figlio malato è migliorata: «Adesso lui viene spesso nel mio studio, mentre lavoro al nuovo romanzo; prima cercavo di farlo concentrare su qualche altra cosa, perché io dovevo finire il mio libro. Ora invece lo faccio sedere sulle mie ginocchia, apro una pagina e lo incoraggio a pronunciare le lettere che compongono le parole. E lui sta imparando a usare la tastiera».

Mitchell spiega che anche per sua moglie la lettura è stata un grande aiuto. E ricorda che la traduzione del memoriale di Naoki è stato un impegno duro: «Lei ha fatto la parte pesante di trasportarlo dal giapponese all’inglese, io ho cercato di dargli un ultimo tocco stilistico. Ma dovevo rispettare il fatto che quando Naoki ha scritto aveva tredici anni ed era un ragazzino, non un romanziere di quarantaquattro anni: ho dovuto fare molta attenzione a non trasformarlo in un saggio pensato per una rivista letteraria». Mitchell ha firmato la prefazione dell’edizione inglese e ha rivelato un segreto dell’autore giapponese: «Lo ha scritto indicando ogni carattere con il dito, sulla griglia di cartone. Un assistente raccoglie le parole, le frasi e i capoversi; Naoki sa usare una tastiera di computer, ma sente che questo sistema appreso a scuola contiene meno distrazioni, lo aiuta a concentrarsi». Come in ogni bella storia di speranza e successo, c’è anche una polemica fastidiosa su Naoki: qualcuno sostiene che non può essere autistico, perché il suo lavoro è troppo sofisticato e ricco di immagini e metafore; sospettano che soffra della sindrome «locked-in».

Le vele di Sara contro l’autismo

Ogni tanto ci sono storie di persone che è bello conoscere. Ci fanno capire molte cose e ce ne insegnano di più ancora. Come la Storia di Sara, bambina autistica, che vi riporto qui di seguito.  Amore e coraggio, in due parole.
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Sara contempla il mare e sorride. Sara, dieci anni a luglio, nuota nel mare e rifiorisce. Sì proprio quel mare che Platone, 400 anni circa prima di Cristo, diceva lavasse i mali degli uomini. Sara è autistica e vive in un mondo tutto suo che non riesce a condividere con gli altri. Chiusura autistica, la chiamano gli specialisti, ovvero la tendenza di chi soffre per questo disturbo intellettivo a isolarsi ignorando il mondo e le persone che lo circondano. Una porta chiusa e miliardi di chiavi da provare. Senza mai darsi per vinti. Senza rinunciare a nessun tentativo. Giorno dopo giorno fino a vedere un leggero guizzo, una luce nuova negli occhi di quella figlia misteriosa.

 

Eusebio e Sara a bordo di Adagio Blu

Eusebio e Sara a bordo di Adagio Blu

«Nello stesso istante in cui ho scoperto che il mare era la chiave delle emozioni di mia figlia», racconta Eusebio Busé, papà di Sara, 40enne ligure di origine, piemontese di adozione, «ho deciso che sarebbe stato la mia casa, la nostra casa». Eusebio, addetto alla qualità di Michelin, ha venduto la sua abitazione e a maggio del 2012 ha comprato una barca di 11,5 metri, un’Oceanics 370, dove trascorrere l’esistenza. «Sara è dotata di un’acquaticità sorprendente», racconta orgoglioso Eusebio, «riesce a immergersi fino a quattro metri… ma soprattutto, quasi fosse un miracolo marino, la distesa d’acqua la stimola, la fa aprire e interagire con il mondo». La società degli altri, quella degli adulti e quello dei ragazzi con o senza disabilità. Adagio blu, questo il nome dell’imbarcazione acquistata in Francia nei cantieri Beneteau, è diventata presto il punto d’incontro di una comunità. «Ad agosto 2012 ho fondato l’associazione Hakuna Matata (“Senza pensieri” in Swahili) al cui interno si sviluppa il progetto S.a.r.a, acronimo per Sostegno ai ragazzi autistici». La barca, ancorata al porto di Loano che mette a disposizione anche i locali per le manifestazioni, viene data in comodato d’uso all’associazione che la utilizza per far vivere una giornata di mare alle famiglie con bambini con disabilità.

«Quasi fosse una terapia», spiega Busè che nel progetto ha coinvolto anche gli esperti del servizio di Neuropsichiatria infantile di Cuneo, «riusciamo a portare un po’ di serenità a questi bambini. E’ un’emozione impagabile poter guardare negli occhi felici un bimbo con disabilità intellettive seduto al timone della barca quando dispieghiamo i 135 metri quadri di vela. Si sente realmente importante, fiero e allo stesso livello degli altri membri dell’equipaggio». La magia della galleggiabilità, la chiama Busè, il fascino che un guscio di noce o un grande veliero producono su piccoli e adulti, il pensiero di essere in balia delle onde e di uno sterminato mare e allo stesso tempo sentirsi protetti da quel piccolo involucro di vetroresina. Sentirsi un vero equipaggio, il tutti per uno e uno per tutti se volessimo dirla alla maniera di Dumas (padre), che permette di condividere le emozioni e di sentirsi una famiglia.

«Le prime volte che portai mia figlia in barca lo feci perché volevo condividere con lei le emozioni del mare, quasi fosse un campeggio marittimo», confessa Busé. «Ci sono riuscito e ne sono stato ripagato tanto che ora voglio, attraverso l’associazione, far ripetere le esperienze ad altre famiglie, aiutarle a vivere qualche momento di serenità tutti insieme. E’ sorprendente vedere come, durante alcune manifestazioni che organizziamo (la prossima è domenica 30 giugno 2013 a Loano: info 339.4393029, hakunamataloano@gmail.com), le differenze si annullino. Un giorno una signora venne da me e mi chiese “ma quali sono i bambini con problemi?” Non li riconosceva in quella torma di ragazzi. Avevo vinto, ragazzi con e senza disabilità si erano mescolati in maniera tale che nessuno poteva fare distinzioni».

Iris Grace: una storia a colori

Iris Grace Halmshaw è una bambina autistica di 3 anni che ha fatto un tuffo nel mondo dell’arte con i suoi straordinari dipinti. 
Ha cominciato a dipingere come terapia, ma da quando i suoi genitori hanno deciso di mettere le sue opere in vendita hanno visto che i suoi quadri sono molto apprezzati, tanto da essere pagati fino a 830 sterline, quasi 1.000 euro.
La pittura ha anche contribuito a migliorare le condizioni della bambina, adesso ha un atteggiamento molto più felice. Sua madre, Arabella Carter-Johnson, ha detto di aver ricevuto pareri positivi sull’idea di pubblicare i dipinti di sua figlia su Facebook. “Ci siamo resi conto mesi fa che lei in realtà è davvero un talento, ha detto la signora Arabella. ”Domande per comprare i suoi quadri stanno fioccando da ogni parte del mondo e una stampa incorniciata è stata venduta in un’asta di ben come eficenza a Londra per 830 sterline“.
Il padre di Iris Grace, Peter-Jon Halmshaw, ha aggiunto: “Quando ha iniziato a dipingere con la terapia abbiamo pensato che era incredibile, ma siamo i suoi genitori così pensiamo che tutto quello che fa è incredibile. Ma un sacco di altre persone hanno iniziato a dire che il suo lavoro era fantastico. E così è cominciato il passaparola e tutto è iniziato“.
Finora, la famiglia ha venduto otto di opere d’arte di Iris Grace, e sta progettando di rendere disponibili anche le stampe dei dipinti. Alla bimba di tre anni, che non parla, è stato diagnosticato l’autismo l’anno scorso dopo che i suoi genitori hanno notato che lei raramente cercava il contatto visivo con loro, e hanno provato un certo numero di differenti terapie per aiutarla a socializzare. “Abbiamo iniziato con la terapia del gioco, con quella dell’equitazione, con la musicoterapia, e un bel paio di altri metodi“, ha detto Carter-Johnson, 32 anni. ”Con l’aiuto di esperti e di molti terapeuti è cambiata radicalmente in un breve lasso di tempo. Il contatto visivo era un evento raro, che lei non voleva o non sapeva come affrontare, non voleva giocare con noi ed era disperatamente angosciata quando l’abbiamo portata vicino a tutti gli altri bambini. Lei ora cavalca e si fa delle grosse risate, interpreta e comunica con la creazione di propri disegni. Abbiamo ancora una lunga strada da percorrere per aiutarla a socializzare e farla parlare, ma stiamo avendo grosse soddisfazioni per i suoi progressi. Il suo autismo ha creato uno stile che non ho mai visto in un bambino della sua età, fa un uso spettacolare dei colori e capisce come interagiscono tra loro. Lei è piena di entusiasmo e gioia quando tiro fuori i suoi pennelli“.
Il talento di Iris Grace è venuto alla luce  pochi mesi fa, quando sua madre per prima la incoraggiò per iniziare a disegnare. “Come parte della terapia del gioco ho cercato di spingere Iris Grace a disegnare“, ha spiegato. ”Le ho comprato un cavalletto, ma lei lo odia, da quando le ho messo la carta e la faccio dipingere sul tavolo lei si è illuminata. Usa tutto ciò che pensa possa andare bene in piena autonomia, lei ama sperimentare“. La signora Carter-Johnson ha aggiunto: “Mi piacerebbe pensare che la storia di Iris Grace possa essere fonte di ispirazione per tutti i genitori con un bambino autistico“.
Michaela Butter, co-direttore dell’Embrace Art,  l’Università di Leicester, ha detto: “I quadri di Iris Grace dimostrano così bene come la disabilità non è un ostacolo alla creatività“. La famiglia spera di organizzare una mostra a Londra per dare ai quadri di Iris Grace un pubblico più ampio. Tutti i profitti derivanti dalle vendite vengono utilizzati per comprare i materiali che servono alla bambina per giocare con i colori e per pagare i terapeuti che la stanno seguendo.
(Questo articolo è stato tratto e riadattato da leggilo.net)

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di Giovanni Cupidi

Germania: azienda software assume 650 autistici

Ecco cosa succede nei Paesi vicino al nostro. Nonostante le leggi che tutelano il lavoro delle persone con disabilità e gli obblighi a cui sono sottoposte le aziende, ed etc, solo pochissime persone hanno la possibilità di avere un impiego. Gli altri lungimiranti, noi sempre tre, quattro passi indietro.
Basterebbe copiarli!

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Verranno impiegati per collaudare i prodotti, nella programmazione e nel controllo della qualità, sfruttando la superiore abilità nell’osservare i dettagli degli autistici.
“Solo se assumiamo collaboratori che pensano in maniera diversa sono possibili le innovazioni”

Il colosso tedesco di software SAP assumerà nei prossimi sette anni 650 persone affette da autismo, come programmatori e collaudatori di prodotti tecnologici. Lo scopo dell’iniziativa, precisa l’azienda, non è caritatevole ma risponde a logiche commerciali: i vertici della SAP sperano che puntare su lavoratori “che pensano in maniera differente”, possa essere un’opportunità in più nella ricerca di nuove soluzioni alle sfide del mercato: “Siamo convinti che l’innovazione spesso arrivi dai ‘margini’ e sia il reale valore aggiunto per un’ azienda tecnologica come la nostra”, ha spiegato Luisa Delgado, componente del Cda del colosso tedesco.

Memoria fotografica e velocità di calcolo. 
Gli autistici, infatti, hanno un’elevata capacità di concentrazione e una memoria fotografica. Sono, inoltre, più rapidi della media nello svolgere alcune operazioni, si pensi ai calcoli aritmetici, e hanno un’abilità superiore nell’osservare i dettagli. Caratteristiche apprezzate nel lavoro di collaudatore, nella programmazione o nella fase di controllo sulla qualità dei prodotti e nella ricerca degli errori, come fa notare Friedrich Nolte, responsabile dell’Associazione tedesca per l’inserimento di persone affette da autismo.

Le possibili difficoltà. 
Certo, sebbene siano più efficaci e quindi produttivi in determinati campi, le persone affette da autismo potrebbero incontrare difficoltà a lavorare sotto pressione. Tuttavia anche l’azienda berlinese Auticom ha assunto quasi esclusivamente autistici, come spiega il suo fondatore Dirk Mueller-Remus, proprio per “il senso innato del controllo di qualità e una tendenza naturale a scoprire ed eliminare gli errori”. Anche la SAP impiega già persone affette da autismo nei suoi laboratori di sviluppo in India, mentre un progetto analogo è stato avviato lo scorso anno in Irlanda e i risultati hanno dimostrato come la produttività e la compattezza dei team di lavoro sia migliorata. Il programma di assunzione di queste persone partirà quest’anno anche in Canada e negli Stati Uniti. In Germania, invece, c’è proprio una legge a stabilire per le aziende con più di venti dipendenti ad assicurare almeno il 5% dei posti di lavoro ai ‘diversamente abili’. 
(La Repubblica)

di Giovanni Cupidi

Autismo: quando la tecnologia è una risorsa

Come tutti coloro che hanno una disabilità e come tutti coloro che nei più svariati modi sono vicini a questo ambiente sanno bene, la tecnologia e le applicazioni tecniche non rappresentano una moda da seguire ( anche se non vi è nulla di sbagliato in ciò) ma bensì rappresentano una risorsa che può ripristinare parzialmente o del tutto alcune funzionalità che altrimenti resterebbero inespresse.
A tal proposito una nuova APP recentemente disponibile per smartphone e tablet può essere d’aiuto alle persone affette da autismo e alle loro famiglie.
Nota dolente, come spesso accade per diversi ausili tecnologici, è il fatto di non essere riconosciuti dal nostro SSN e di conseguenza non prescrivibili o rimborsati.

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L’applicazione “Immaginario”, realizzata da Finger Talks, è la nuova applicazione (app) di comunicazione per immagini verso bambini con autismo. Nata lo scorso anno con la volontà di offrire una risposta alternativa ed efficace alle necessità dell’infanzia con bisogni educativi speciali, sfruttando le caratteristiche di accessibilità, motivazione e interattività di smartphone e tablet, Finger Talks ha scelto in particolare di progettare e sviluppare una serie di applicazioni pensate per rispondere alle difficoltà di condivisione e comprensione dei concetti che riguardano in particolare i bambini che soffrono di autismo (o non verbali con ritardo cognitivo) e chi interagisce con loro.
Nello specifico, Immaginario è un’applicazione per iPhone e iPod touch, che permette di portare sempre con sé le card che associano immagine e concetto (le “parole” della comunicazione visiva), di ricercarle velocemente e di costruire frasi in modo efficace e pratico. 
Rappresenta un vero ausilio pratico dedicato non solo ai terapeuti e agli operatori, ma finalmente anche ai genitori e agli insegnati.
È una risposta efficace alla necessità di apprendimento e integrazione dell’infanzia con bisogni speciali considerato che il play training per bambini autistici rappresenta una fase determinante dato che il gioco è l’ambito in cui risultano meno resistenze da parte dei bambini in generale e tanto più in quelli deficitarii a livello interattivo-comunicativo.
La App comunica e quindi interagisce giocando con le immagini, permette di scrivere per immagini e di pianificare visivamente il tempo, aiutando così il bambino nelle attività giornaliere o della settimana. Come la nostra lingua parlata fatta di parole artificiali e convenzionali null’affatto naturali, qui la comunicazione è semplicemente visiva, le parole si tramutano in immagini utilizzando cioè “carte” che associano immagini a concetti compensando i deficit del linguaggio.

( alcune parti del testo sono rielaborate dal testo originale su http://www.infooggi.it )

di Giovanni Cupidi

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