Re Minore: Il corpo offeso

Rubrica a cura di Elena Beninati – Giornalista/Fotografa

Il corpo offeso è quello di “Samah” giovane donna tunisina violentata durante il lockdown

A 27 anni cercano di distruggerle la vita, mossi da pulsioni e senza motivazioni, così, forse per noia o semplice arroganza.
Samah è il nome di copertura di una giovane e stupenda donna tunisina, violentata nel corpo e nel cuore a Tunisi in un pomeriggio di lockdown.

Samah ha una laurea magistrale in civiltà, letteratura e lingua italiana; parla e scrive benissimo l’italiano, lavora in remoto per il servizio clienti italiano dell’operatore Lycamobile.

Mancavano due ore al coprifuoco ma doveva necessariamente recuperare il suo pc prestato ad un’amica tempo addietro.
Ho deciso di recarmi all’appuntamento a piedi. Dopo pochi passi mi rendo conto che la strada solitamente super trafficata che conduce a Beb Alioua è deserta. Ho paura e inizio a provare un senso di smarrimento, avrei voluto raggiungere al più presto il luogo dell’incontro, ritirare il computer necessario per lavorare e rientrare subito a casa.

Ancora non sapevo che la mia sensazione di turbamento si sarebbe trasformata in una tragica concretezza. Camminando scorgo all’orizzonte un uomo e una donna e mi sento più sicura, mi avvicino a loro, la donna inizia subito a farmi domande molto personali e, in un momento di distrazione, è riuscita a rubarmi il cellulare e scappare. L’uomo che aveva accanto l’ha bloccata e mi ha restituito l’oggetto.

Mi dissero che era uno scherzo e credevo che fossero sinceramente preoccupati per la mia incolumità quando si offrirono di accompagnarmi percorrendo una strada secondaria, a loro avviso più sicura. Sono stata ingenua. Quei pochi attimi cambiarono per sempre la mia vita. Cominciammo a percorrere la nuova strada insieme, ma la mia ansia cresceva. In un lampo riescono a bloccarmi e trascinarmi in uno stabile fatiscente.

Giovani che giocano a calcio

Mi conducono al secondo piano dell’edificio dove troviamo due ragazzi e una ragazza. Mi rinchiudono in una stanza, resto sola alcuni minuti. Mi era chiaro che non avrei potuto evitare in nessuno modo né lo stupro, né la morte. Pensavo che avrei preferito morire immediatamente, piuttosto che convivere per tutta la vita con una violenza di tale entità.

Fra il terrore e la confusione in uno slancio di forza mi lancio dalla finestra al secondo piano. Cado in un prato condominiale. Cado male, non riesco a muovermi, ho un dolore tremendo alla schiena, scoprirò poi, in ospedale, di essermi procurata due fratture alla colonna vertebrale.

Gli individui del sequestro mi hanno raggiunta e riportata al piano superiore. Sbattuta su di un materasso sporco e consunto due maschi hanno iniziato a picchiarmi e violentarmi a turno senza pietà. Il terzo stava a guardare. Ero vergine.

Dopo alcuni instanti che non sarei in grado di quantificare, due figure del gruppo vedendomi pressoché incosciente e incapace di muovermi, mi aiutano a rivestirmi e bloccano i miei persecutori. Pochi istanti di sollievo prima di perdere i sensi. Mi hanno lasciata sola tutta la notte.

Sarei morta con dolori atroci se la mattina seguente all’alba, il gruppo non avesse deciso di liberarmi e restituirmi il cellulare. Le due persone che avevano avuto un po’ di compassione il giorno prima mi hanno dato il nome e il cognome del responsabile. Sono rimasta sola ancora una volta e ho chiamato la polizia.

Mi hanno condotta in urgenza all’ospedale di Ben Arous, e una volta accertati i danni, trasferita direttamente in sala operatoria. L’intervento chirurgico è durato otto ore. Ho subito fratture nella prima e nella quarta vertebra, è stato intaccato il midollo spinale.

Le era stata diagnosticata una paralisi agli arti inferiori, causata dalle percosse subite. Ma nonostante gli incalcolabili danni psicologici e morali oggi Samah è in piedi pronta a rivivere e raccontare.

Il corpo delle donne
Una giovane donna tunisina

Parlo perché ho ancora voce, perché questa orribile tragedia non mi ha distrutto definitivamente, perché grazie a Dio sono ancora in vita e sto avendo molte occasioni per poter sensibilizzare la popolazione su una problematica fin troppo diffusa e accettata in tutto il mondo. Nessuno merita di subire un oltraggio così intimo dalle conseguenze imprevedibili. Sono forte e voglio diventare un supporto a chiunque sia stato vittima di abusi e di violenze”.

Oggi Samah vive nel nord Italia e ha ripreso lentamente a camminare, non è autonoma al 100 per cento e ha bisogno di cure. La sua disabilità le impedisce di vivere appieno la nuova vita che l’Italia le sta offrendo, e non essendo italiana non ha diritto in toto ad un supporto medgico ed economico adeguato alla sua condizione.

Qui in Italia molte persone tengono alla sua salute ma non basta. Il suo recupero fisico necessità di cure e il suo inserimento socio lavorativo di risorse. Restate con noi e dateci una mano!

www.leonde.org

1522 Numero Verde Antiviolenza

SUPERCOPPA ITALIANA DI PALLANUOTO PARALIMPICO A PALERMO

di Elena Beninati – Giornalista/Fotografa

In acqua siamo tutti uguali

Un evento raro, unico in Europa: Palermo per un giorno capitale dello sport paralimpico negli ambienti della Piscina Comunale di via del Fante. Dopo il successo del primo Campionato di Serie A svoltosi a Roma a giugno e delle Final four di Busto Arsizio, Coppa Italia, per la prima volta si è giocata a Palermo la finale Supercoppa di Pallanuoto Paralimpica.

Il match fra gli atleti diversamenti abili della Nazionale, indetto dalla Delegazione Regionale FINP Sicilia, si è concluso con la vittoria della squadra S.S.Lazio. I goal segnati da Lorenzo Alibrandi, atleta N.8 della vincente S.S.Lazio, sono stati decisivi per l’esito della partita con la squadra avversaria Rari Nantes Florentia , squadra toscana che fra gli atleti vanta la presenza di Simone Ciulli, medaglia d’argento alle paralimpiadi di Tokyo.

Per una volta i politici hanno espresso sostegno e ammirazione per una manifestazione che interessa e lega insieme sport e disabilità a 360 gradi. Il Primo Cittadino di Palermo entusiasta:
La più importante manifestazione di Pallanuoto Paralimpico d’Italia, punto di arrivo di due diversi campionati. Io non posso che esprimere apprezzamento alla Federazione per aver scelto Palermo, e ricordare che siamo sempre pronti ad ospitare ogni manifestazione sportiva di valore.”

La disabilità nello sport non esiste, è il motto degli atleti della Mo.No.Cri.Ni.Linus, squadra di pallanuoto paralimpico siciliana nata lo scorso giugno. Unica formazione di atleti diversamente abili a sud di Napoli.

L’acqua elimina ogni disabilità, fa saltare le barriere, eppure è molto difficile trovare atleti preparati e pronti a tuffarsi in gara. Il galleggiamento per gli sportivi privi degli arti inferiori è complicato, e necessita di specifici esercizi ed allenamenti fino a 4 volte a settimana. Nella squadra Mo.No.Cri.Ni.Linus giocano uomini e donne di diverse età e con amputazioni differenti, tutti animati dalla stessa voglia di vincere e superare le difficoltà.

Le squadre sono formate da 5 atleti paralimpici, ed ogni atleta è classificato secondo un punteggio attribuito alla propria specifica disabilità, in modo tale che la squadra raggiunga un punteggio complessivo di 15 punti.

L’auspicio degli organizzatori, della federazione nazionale di sport paralimpico e di tutti gli atleti e sportivi con …qualche punto di disabilità, è creare un circuito permanente di attività sportive per tutta Italia, senza distinzioni di categoria e nemmeno provincialità.

Re Minore: Il paradosso che ci salva!

“L’unico modo di venire a patti con l’assurdità è di rendersene conto,
perché afferrandola siamo veramente in movimento.”

David Cooper

Un paradosso è una contraddizione logica che deriva dalle deduzioni coerenti di premesse corrette. Esso, oltre a influenzare il nostro comportamento e la nostra salute mentale, mette in crisi la fede nella coerenza. Se la struttura logica del nostro linguaggio è basata sulla legge aristotelica secondo cui A non può essere diverso da A, ovvero sul principio di non contraddizione, e nella contraddizione si impone una scelta fra almeno due possibili soluzioni, nei paradossi la scelta non è neppure contemplata.

I paradossi si classificano in logico-matematici, o antinomie, e paradossi semantici, che derivano da incoerenze inerenti alla struttura del linguaggio e del pensiero. Esistono, tuttavia anche i paradossi pragmatici, che investono il settore della comunicazione umana e hanno un effetto dirompente nel comportamento.

In una situazione paradossale la radice del conflitto è rintracciabile negli elementi che equivalgono a una contraddizione tra le alternative. Si crea, dunque, un effetto paralizzante a monte, che coinvolge dalla base, le strutture fondamentali dell’esistenza, e quindi le basi di un discorso coerente. In un contesto illogico e incoerente, quale quello prospettato dai paradossi, è impossibile comportarsi in modo logico.

Se il messaggio è paradossale, infatti, ogni reazione all’interno dello schema stabilito dal messaggio deve essere altrettanto paradossale. Quando il paradosso si insinua nell’interazione umana, non è tanto importante che l’aspetto di contenuto, o notizia, sia privo di significato, quanto che l’aspetto di relazione, o comando, sia espresso chiaramente.

Il paradosso, in sé, è un messaggio che ha almeno due livelli in contrasto fra loro. Se un individuo si trova coinvolto in una relazione in cui risulta impossibile discernere il significato dei messaggi inviatigli, sia a livello letterale che metaforico, siamo nell’ambito della comunicazione paradossale.

Quando si parla degli effetti comportamentali del paradosso nella comunicazione, si intende la particolare impasse che sorge ogni volta che si scambiano messaggi aventi la medesima struttura dei paradossi classici della logica formale. La fantasia, la religione, la scoperta scientifica, lo humor, la creazione artistica, sono il risultato della sua applicazione pratica alla vita reale.

La creatività, in generale, si avvale di uno stato transitorio dell’equilibrio instabile dell’emozione e del pensiero. L’amore stesso non sarebbe possibile se l’uomo non fosse capace di sperimentare il paradosso. Tuttavia, dove il paradosso contamina i rapporti umani compare la malattia.
Quando un individuo è coinvolto in una relazione in cui gli è impossibile discriminare in modo tale da dare risposte appropriate ai messaggi inviatigli ad un livello diverso, si vengono a creare quelle situazioni di forte disagio e disfunzionalità, in cui ogni risposta crea confusione.

Di fronte all’assurdità insostenibile del paradosso, un individuo può convincersi di aver tralasciato qualche elemento, sviluppando a questo punto una vera e propria ossessione, nel bisogno di scoprire tali presunti elementi incogniti, che invece non esistono. Dall’esperienza contraddittoria, continua e costante, inoltre, traggono origine i conflitti comunicazionali interni alla struttura logica del discorso, che producono il doppio legame.

In questa dinamica si aggrava il disordine mentale.
Dove il doppio legame è diventato il modello predominante della comunicazione, e dove l’attenzione diagnostica viene limitata all’individuo più manifestamente disturbato, si scoprirà che il comportamento di quest’ultimo soddisfa i criteri diagnostici della patologia. Il comportamento paradossale imposto dal doppio legame, a sua volta, ha la natura del doppio legame.

La comunicazione patologica è essa stessa paradossale e impone, di contro, il paradosso agli altri comunicanti. Un comportamento folle potrebbe essere quello di una persona invischiata in un doppio legame, che si trovi punita per aver avuto delle percezioni corrette, e definita folle, invece, per aver insinuato la discrepanza tra ciò che ha percepito e ciò che dovrebbe vedere. Le comunicazioni paradossali legano tutti i partecipanti che vi sono coinvolti, creando una situazione di stallo da cui è possibile sbloccarsi solo uscendo fuori dal modello comunicativo in atto.

L’oscillazione tra spontaneità e coercizione è tale da rendere paradossale persino il sintomo. Dire ad un paziente che non può fare una data cosa, per stimolarlo a farla, è un tipo di intervento che può essere definito “intenzione paradossale”. Lo scopo è quello di insegnare al paziente come rappresentare il suo sintomo, e fargli scoprire che rappresentandolo se ne può liberare.

Esso presuppone una relazione intensa in cui viene data un’ingiunzione paradossale, strutturata in modo tale da rinforzare il comportamento che il paziente si aspetta sia cambiato. Il rinforzo permette trasformazione e crea il paradosso per cui il paziente non può più non reagire, né reagire nel suo consueto modo sintomatico.

Per arrestare il gioco paradossale è necessario, quindi, introdurre un elemento apparentemente assurdo da un punto di vista logico, che rappresenta invece pragmaticamente l’unica via di uscita dalla “malattia”.

Re Minore: La retorica terapeutica

Rubrica a cura di Elena Beninati – Giornalista/Fotografa

L’antica retorica greca, nella storia, è stata la prima espressione del rapporto concreto fra azione e linguaggio. La cosiddetta arte di persuadere altro non era che il corrispettivo, sperimentato nell’antichità, della moderna relazione terapeutica. L’interesse degli antichi greci ricadeva sulle emozioni evocate nell’interazione attraverso una determinata struttura del discorso, cui si connettono pensieri e significati.

La psicagogica mirava a suscitare delle emozioni intense nell’ascoltatore, al fine di ottenere un cambiamento del suo modo di agire. Più tardi, Aristotele contestualizzò il ruolo del linguaggio in termini di “opportunità” del discorso, che doveva variare a seconda delle circostanze e delle condizioni degli interlocutori. Egli sistematizzò la retorica, riconoscendone l’efficacia e stabilendo che, come la logica fa uso del sillogismo, la retorica ha il suo strumento principale nell’entimema, capace di pervenire a conclusioni probabili e confutabili, i cosiddetti “luoghi comuni”.

Oggi il retore potrebbe essere il terapeuta. Entrambi sono accomunati da parecchie similitudini: cercano entrambi di cambiare le premesse dei propri interlocutori attraverso il linguaggio e le emozioni veicolate dal linguaggio. Entrambi lavorano su parole e metafore. Ma se il retore porta avanti una sua tesi da sostenere, il terapeuta, nel dialogo con i pazienti, è continuamente alla ricerca di una tesi che tende alla definizione senza mai potervi arrivare, pur mettendo in campo una costellazione di nuove emozioni e nuovi sistemi di significato, che possono trasformarsi in nuove premesse.

Lo scopo del terapeuta è ricreare nei pazienti delle situazioni di vita tollerabili. Agendo al livello della ridefinizione degli stati emozionali, infatti, è possibile ridefinire i processi collegati all’interno della coscienza e alterarli intenzionalmente, in modo da riuscire a controllare gli impulsi senza esserne preda, generando nuove connessioni neuronali e parimenti nuove risposte adattive alle situazioni di squilibrio. Mobilitare pensieri e comportamenti finalizzati al raggiungimento e all’acquisizione di nuovi livelli di integrazione, che corrispondono a nuovi modi di reinterpretare gli eventi in base alle nuove aspettative create, costituisce l’anticamera del processo di riformulazione creativa del mondo.

Grazie a questa ricomprensione degli eventi i fatti acquisiscono una vitalità totalmente nuova.

I fatti assumono significati differenti a seconda del periodo storico e dell’ambito disciplinare che li delinea. Nel passaggio dall’ottica sacrale a quella medico-riparatoria, per esempio, l’attenzione si è progressivamente spostata dal riconoscimento contingente dell’alterità degli avvenimenti, all’attenzione verso tutte quelle pratiche di cura finalizzate a sostenere la salute e a contenere lo stato di malessere degli individui.

Lo sbocco terapeutico altro non è che la trasformazione del disagio, che si trova fissato in una forma cristallizzata, in movimento. Ciò è possibile solo all’interno di una relazione di aiuto, che permetta di rileggere la storia dell’individuo scoprendone le risorse, ai fini di una riorganizzazione totale del vissuto e del pensiero, e di un riannodamento dei fili dell’elaborazione emotiva dei fatti.

Ciò consiste in un vero e proprio processo educativo, del corpo e della mente, attraverso la riformulazione del quotidiano. L’educazione, in effetti, nella sua etimologia latina è riconducibile sia al significato di “tirare fuori”, che a quello di “condurre altrove”, in uno spazio che va oltre l’esperienza quotidiana, e dove, quindi, è possibile ricostruire il senso perduto dell’esistenza.

Affinché lo spazio terapeutico si proponga come matrice dal carattere transazionale, e permetta di compiere un lavoro simbolico di nominazione delle zone d’ombra, il cui contenuto possa essere avviato alla ristrutturazione, occorre la piena e totale consapevolezza delle correnti emozionali instauratesi tramite i legami, le alleanze e i conflitti, della storia dell’individuo.

La cura presuppone, quindi, il riferimento al mondo che sta fuori, e deve estendersi al mondo da cui gli individui provengono: famiglia, esperienze, ambiente, sistema di valori e logica.

La relazione terapeutica, proprio perché costituisce un campo di esperienza particolare, ed è attraversata da dimensioni pragmatiche e materiali predisposte secondo un’intenzionalità progettuale, deve tenere conto degli elementi implicati nell’incontro fra individuo e terapeuta a livello di mediazione, intendendo tutti quegli strumenti che ne regolano lo sviluppo: il ruolo, la prossemica del corpo, lo sguardo che si indirizza, la considerazione degli affetti e degli oggetti, i tempi, gli spazi, regole e rituali che dettano i ritmi e le pause all’interno dei quali la relazione si dà ed è portatrice di cambiamento.

Ai fini di una terapia di recupero, sarà allora imprescindibile la valutazione delle condizioni materiali e pragmatiche da approntare affinché l’esperienza di cura risulti formativa, ovvero il percorso di cambiamento, che include i fattori tempo, spazio, rito, linguaggio, regole, azioni, funzionali al contenimento e al supporto della sperimentazione che il soggetto compirà attraverso la propria mediazione corporea, ovvero le esperienze di quella sintonizzazione affettiva così importante per la salvaguardia della salute mentale.

(Foto di Pierre Toutain Dorbec)

Re Minore: Persona

Rubrica a cura di Elena Beninati – Giornalista/Fotografa

L’organizzazione nella mente, che consiste nella rappresentazione della sua struttura, dei confini, delle relazioni, dei suoi apparati valoriali e delle attività che l’individuo costruisce, equivale ad una parte del mondo interiore di ciascuno. Ogni patologia che riguarda la mente può considerarsi come un’affezione caratterizzata dal precoce affievolirsi delle sorgenti istintive della vita psichica, in cui le operazioni puramente intellettive entrano in gioco solo secondariamente, e l’indebolimento dell’élan vital costituisce l’elemento necessario e sufficiente della malattia. Nell’autismo in particolare, lo sfaldamento autistico dell’Io e del mondo è così radicale da far emergere la lacerazione dell’Io stesso e anche la sua riaggregazione, che vengono a caratterizzarsi come due momenti di sdoppiamento.

Dalla scissione di questo Io appaiono, allora, due configurazioni egoiche, che sovrapponendosi si accompagnano all’Io frantumato e creano quegli stati patologici classificati come sindrome da frattura dell’intersoggettività, trasformazione spazio-temporale, solitudine artistica, dissolvenza dell’identità e dell’unità dell’Io, allucinazione e delirio, che possono presentarsi sia nei soggetti affetti dalla malattia che in persone cosiddette normali. Sottoposti a traumi assai simili, alcuni uomini reagiscono secondo modalità patologiche vere e proprie sfumando il confine fra sani e malati.

La loro patologia sta nella disposizione di base che permette e determina un tipo di reazione schizofrenica, in cui la schizofrenia è intesa come disturbo primitivo dell’affettività e della vita istintiva dell’individuo. La maggior parte dei disturbi, infatti, sembrano originarsi e strutturarsi a partire da una primaria scissione affettiva e in particolare dalla perdita del contatto cognitivo e relazionale con la realtà soggettiva e intersoggettiva.

Lo scacco dipende dalla mancata differenziazione, intesa come analisi e sintesi della coscienza oggettiva, in cui confluiscono sia la disposizione individuale che l’ambiente culturale in cui l’individuo cresce e si struttura. Se ogni fenomeno psichico è possibile solo ad un determinato livello di differenziazione, ogni malattia mentale deve corrispondere, nel suo modo di manifestarsi, al livello psichico dell’individuo che ne è colpito. Infatti, quanto più la vita psichica risulta indifferenziata, tanto meno si può esserne consapevoli.
Il confine tra sanità e malattia che distingue il patologico dalla normalità è il diverso livello di coerenza del comportamento, che nel caso degli schizofrenici e degli psicotici raggiunge estremi tali che, nei contesti sociali della maggior parte delle comunità, la nostra compresa, risulterebbero difficilmente sostenibili.

Nella schizofrenia, per esempio, non si assiste alla perdita delle funzioni cognitive di base quanto, piuttosto, ad una sottoutilizzazione di esse che, pur restando integre, vengono operativamente coinvolte in modo inadeguato. In questa situazione morbosa la personalità perde unità, in ragione del fatto che la persona è rappresentata ora da uno, ora dall’altro complesso psichico. Le azioni e percezioni che assicurano il nostro continuo ricambio col mondo, nello schizofrenico diventano azioni e percezioni dell’altro, l’io vero interiorizzato ma esposto alla minaccia del reale.

“Lo schizofrenico non erige difese contro il pericolo di perdere una parte del proprio corpo, ma dirige, invece, tutti i suoi sforzi nella difesa del suo vuoto Io. Quella fortezza vuota dove si arretrano le linee difensive quando non si può più difendere l’intero essere”

Bruno Bettelheim, The Empty Fortress

Il contesto socio-culturale e i fattori antropologici, influenzano la percezione dell’esperienza soggettiva degli esseri umani nella sua completezza. Isolando il corpo dall’esistenza, astraendola dal vissuto quotidiano, infatti, non s’incontra più la corporeità che l’esistenza vive, ma l’organismo che la biologia descrive. Salute e malattia correlate insieme, si intendono, quindi, non come oggetti naturali da studiare e classificare, bensì come prodotti storici da comprendere a partire dai concetti di corpo, mente e linguaggio e ovviamente…persona!

(Vietata la riproduzione – Tutti i diritti riservati)

Re Minore: Col tempo sai…

Rubrica a cura di Elena Beninati – Giornalista/Fotografa

Il senso ontologico-metafisico del concetto di tempo, da sempre inteso come una delle strutture portanti della condizione umana, è uno dei massimi indicatori dello stato di salute degli individui. Una diversa articolazione del tempo soggettivo, nei confronti del tempo comunemente inteso, ritmato sull’orologio sociale ancor più che biologico, è capace di provocare quelle situazioni umane di disagio etichettate sotto le definizioni di angoscia e disperazione, ottima anticamera di uno stato di malessere che può condurre alla malattia mentale. Nella vita quotidiana le persone, abili o inabili, sane o “malate”, fanno i conti con questa imprescindibile temporalizzazione dell’esistenza e delle proprie azioni.

È quando sentiamo di non poter influire sulle cose più importanti che ci accadono, quando gli eventi sembrano obbedire agli ordini di qualche potere estraneo e inesorabile, che rinunciamo a cercare di agire sulle cose e a tentare di modificarle. Per entrare in rapporto con il mondo esterno deve sussistere la speranza di poter agire su di esso. Immergersi soggettivamente nella lacerazione tra tempo interiore e tempo mondano, permette di rintracciare i nessi che permettono di giungere alle esperienze limite della patologia umana.

La capacità di agire intenzionalmente si fonda sulla nozione delle conseguenze probabili delle nostre azioni. Ciò non è possibile senza un orientamento nel tempo e nello spazio e senza che gli eventi così osservati si organizzino in termini causali. Ma nemmeno questa capacità di predire gli eventi futuri partendo da indizi esatti può spiegare come e perché si divenga umani.

Queste le parole di Bruno Bettelheim esponente di spicco della psicanalisi del secolo scorso.

L’orientamento nel tempo e nello spazio, dunque, oltre a precedere i nessi di causalità tra gli eventi, detta il senso di direzionalità, senza la quale la vita non si potrebbe considerare neppure vita. Il tempo, che storicizza le nostre esperienze, le incasella in un discorso di continuità che ne definisce il senso, senza il quale non avremmo né i singoli fenomeno temporali, né la concezione di futuro.

L’uomo, che ha imparato a organizzare la propria vita in funzione del tempo e dello spazio, considera sia l’aspetto ciclico che quello direzionale. Il suo comportamento intenzionale, infatti, è sempre guidato da un progetto, nel senso di conseguimento di un fine ultimo verso cui il progetto orienta tutti gli sforzi. L’umanità, da sempre, per difendersi dall’angoscia dell’imprevedibile è andata alla ricerca del principio di causalità, in modo da giustificare i fatti e gli eventi che sfuggivano al suo controllo. In un mondo privato della sua causalità, assistiamo alla totale assenza di progetto e la predittività scompare.

Nella malattia, che si esplica proprio nella mancanza di intenzionalità, il soggetto si sente sprofondare nell’avvenire, urtando, nella sua disperata ricerca di salvezza, incontro a categorie temporali così sfalsate da risultare inapplicabili. Perso il contatto vitale e creativo con la realtà, il collegamento tra passato e futuro si inceppa irrimediabilmente, e senza alcuna possibilità di retrocessione, ormai fissato ad un tempo irreale e immobile, pietrificato nell’assenza di temporalizzazione, l’individuo sprofonda in quella dimensione che gli psichiatri definiscono “momentaneizzazione” del tempo, in cui la vita è deserto.
Senza tempo non v’è salvezza. Ma il tempo rapportato all’infinito non ammette né la vita né la morte. E dunque, in tale condizione di alienazione temporale, l’individuo non può che sentirsi incastrato fra lo spazio e il vuoto, che determinano la perdita del suo contatto col mondo.

Svanito il legame col mondo esterno, il malato si trova in una condizione atemporale in cui la perdita del senso coincide con la frattura tra il mondo e il noi. La peggiore delle disabilità!
In uno spazio privo di temporalità si coglie il rallentare e l’arrestarsi del tempo dell’io rispetto a quello esterno, e il soggetto si trova immerso in una perfetta disarticolazione, che scompagina radicalmente il tempo. Scriveva Pascal:

Il presente non è mai il nostro fine: il passato e il presente sono dei mezzi, solo l’avvenire è il nostro fine. Così noi non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e disponendoci sempre ad essere felici è inevitabile che non lo saremo mai.”

(Vietata la riproduzione. Tutti i diritti riservati)

Re Minore: Ascolto e Azione

Rubrica a cura di Elena Beninati – Giornalista/Fotografa

Il vuoto è l’anticamera della possibilità, molto più spesso, però, l’energia libera senza contenimento si annichilisce e trasforma il vuoto in un limite, creando una immensa solitudine. Nei soggetti sani l’ostacolo alla propria realizzazione è determinato esclusivamente dalla carenza di volontà, e ogni imprevisto è superabile virando in positivo un atteggiamento statico e attendista. Per chi è caratterizzato da disabilità, fisica o psichica, l’ostacolo, tangibile impone all’orizzonte un ulteriore limite.

Da un lato il vuoto è lo sfondo inaugurale di ogni impresa, ma dall’altro il vuoto è l’enigma che vi si interpone nella comunicazione tra un uomo e ciascun altro.

A. G. Gargani

Cosa fare per superare le distanze e assecondare al meglio le proprie potenzialità?
Agire comunicando!
Da un lato vi sono le dissertazioni scientifiche che analizzano il tema del linguaggio e al contempo il tema insaturo della comunicazione, dall’altro vi è l’argomentazione fondante che affronta il dilemma dell’amore quale elemento dinamico dell’essere al mondo. Un mondo complesso articolato nel linguaggio e luogo di incontro.
Un incontro che può avvenire solo in uno spazio di fiducia e autenticità, intesa, quest’ultima, come categoria che regola l’essenza della salute psichica nel rispetto dell’unicità dei soggetti, abili o disabili allo stesso modo.

“Quando si vive soli non si parla troppo forte, perché si teme la vuota risonanza, e tutte le voci suonano in maniera diversa nella solitudine..

L’umanità ha sempre cercato di cogliere la verità oltre ogni apparenza e ben al di là dell’oggettività. La stessa umanità però, talvolta si dimentica di trovare il giusto mezzo per accedervi senza inganno. Il mezzo è un linguaggio comune che permetta di accostarsi all’altro superando la differenza.
Grazie ad una sorta di linguaggio aumentato, in cui entrano in gioco il corpo e le relazioni sociali, è possibile comprendere il “diverso”, in una dinamica di accettazione reciproca in cui svanisce la “diversità” e permane l’autenticità.

Se è vero che si può comprendere in senso vero e proprio solo ciò che ha lo stesso modo di essere di colui che comprende, il linguaggio deve essere capace di penetrare la natura della differenza. Il linguaggio è uno strumento che ci permette di agire sul mondo, come diceva il filosofo linguista Searle: “facendo cose con le parole”. La funzione di apertura della lingua, che ci orienta nel mondo secondo prospettive diverse, ci permette di incontrare l’altro nella sua diversità, ma soprattutto in un rapporto immediato, che ci apre alla condivisione e alla socialità.
Senza questa base di reciproca comprensione qualsiasi chiamata dall’altro cade nel vuoto. È proprio l’incomprensione ciò che inibisce il rapporto in qualsiasi forma di malattia.

Dunque affinché la voce del “malato” si trasformi in un appello, e quindi in una azione che reclama attenzione e vicinanza, va creato uno spazio di ascolto e luogo “vuoto” di condivisione, in cui ogni forma di espressione sia rispettata e non squalificata. Altrimenti, come ammoniva Nietzsche, si perde la vicinanza rischiando di sprofondare nel suo opposto.

(Vietata la riproduzione)

Il Corpo Parla

Elena Beninati – Giornalista/Fotografa
Ogni uomo è spinto tra le braccia dell’altro da una basilare esigenza di prossimità. Spesso il corpo non ci accompagna in questo desiderio, e l’impossibilità di percepirci uguali agli altri ci getta nello sconforto.

David Laing scriveva:
<<Tutti, anche la più incorporea delle persone, vivono sé stessi come qualcosa di inestricabilmente legato al proprio corpo. In circostanze normali ci si sente vivi, reali e sostanziali nella misura in cui si sente vivo e sostanziale il proprio corpo. La maggior parte di noi sente di aver avuto inizio insieme col proprio corpo e sente che con esso perirà. Questo è un modo di sentirsi che possiamo chiamare corporeo. Ma non è necessariamente l’unico modo.>>

La persona corporea, che possiede il senso di essere fatta di carne, sangue e ossa e di essere biologicamente viva, reale e sostanziale, sa di vivere completamente entro il proprio corpo. Tutte le sensazioni di sentimento si fondano nella coscienza di questo stato corporeo. Attraverso il corpo noi avvertiamo l’esperienza del dolore, ci distanziamo dal mondo, prendiamo parte al commercio con gli uomini o ce ne allontaniamo. Ma il corpo non è un oggetto come gli altri. In esso vige sempre un io. Io, in quanto persona che sente, agisce, patisce, sono corpo. In quest’identità, tra corpo ed esistenza, accade quella dimensione originaria che si chiama vita.

L’essere vivente non è solo il frutto del corpo-oggetto, Korper, che equivale al corpo “cosa” deificato della natura, ma è soprattutto corpo-soggetto, Leib, ovvero corpo vivente e intenzionale, che non può essere ridotto a campo di gioco di quegli eventi biologici fondamentali che ne costituiscono la struttura. La corporeità, in sostanza, non si esaurisce nell’organismo, ma costituisce il nucleo stesso dell’essere.

Vivere in un corpo disabile è una esperienza che mette a dura prova la capacità di comprensione umana. Se isoliamo il corpo dall’esistenza, astraendola dal vissuto quotidiano, non incontriamo più la corporeità che l’esistenza vive, ma l’organismo che la biologia descrive. Il corpo, allora, decontestualizzato, diventa in-comprensibile, e da oggetto di intenzioni si trasforma in oggetto di attenzioni.

Quando il corpo non è più vissuto come soggettività ma ridotto alla dimensione di corpo anatomico, il suo rifiuto diventa simbolo del più grande rifiuto rivolto agli altri e alla società. Il corpo della persona disabile, da corpo vissuto e significante nella sua intenzionalità, rischia di diventare corpo oggetto, alla mercé degli altri. Senza libertà ed autonomia la scissione fra l’Io e il corpo si divarica irrimediabilmente tanto che il corpo si fa oggetto, diviene corpo-cosa, racchiuso entro il proprio limite e, incapace di oscillare tra il corpo-vissuto e il corpo-oggetto, perde ogni capacità vivere.

Nel mondo della disabilità, infatti, le singole esperienze si scompensano, travalicando gli argini abituali tollerati dal conformismo sociale, e tematizzando strutture di significato diverse a quelle consuetudinarie della vita quotidiana. Se una persona viene destituita, tramite un atto del mondo della medicina, del proprio valore individuale per consegnarsi al vasto panorama che classifica la malattia, la sua vita perderà significato, subendo quelle alterazioni modali dell’articolarsi di una comunicazione emozionale ed esistenziale in cui ad essere negato è il normale ed equilibrato metabolismo delle emozioni.

Se l’alterazione corporea della disabilità può condurre alla perdita della comunicazione mediante il corpo vissuto, allora bisogna rinsaldare l’esperienza corporea, intesa come mediatrice relazionale. Questa mediazione corporea costituisce la base di ogni processo di cura, inteso come caring about, ovvero prendersi cura di chi non appartiene al proprio campo esperienziale, al fine di ricostruirne il senso dell’esistenza, senza prescindere da quella sintonizzazione affettiva così importante per la salvaguardia della salute di ogni essere umano, indipendentemente dalla forma.

(In foto reperto del Museo di Nabeul)

Tu chiamale se vuoi… Emozioni!

Elena Beninati – Giornalista / Fotografa

Ogni uomo cerca amore, per sé stesso o per l’altro a cui indirizzare una parte di amore. Sentirsi uomini è un’esigenza naturale in cui ci riconosciamo. Solo nella vicinanza con l’altro ci sentiamo appagati. Sviluppare la prossimità con altri, creare e vivere in comunità fondate sull’amore o su interessi comuni è un diritto umano e proprio in questo accostarci agli altri realizziamo umanità. L’altro è il mio simile ma anche dissimile, per condizione fisica, mentale, culturale. L’altro è colui che indipendentemente dalla sua posizione mi viene incontro, per scelta o necessità.

Laddove l’essere umano si scopre attraverso la scoperta dell’altro e in relazione ad esso, la conoscenza di sé stessi può essere posta a mezzo di conoscenza dell’altro, qualunque sia la sua condizione. Ogni lacuna nella conoscenza di sé comporterà, quindi, eguali limiti nella possibilità di conoscere l’alterità che ci reclama. La mia chiusura alla diversità dell’altro comporterà la sua esclusione. Il mio sforzo di comprensione per la sua alterità creerà invece differenza, un luogo diverso in cui imparare a dialogare.

Il mondo della disabilità è nel pieno diritto di nutrire il desiderio di poter comunicare esattamente il proprio bisogno, chiedendo la giusta comprensione e la lecita accettazione. Se il desiderio dell’uomo si costituisce come il desiderio dell’altro e della prossimità con l’altro, nell’accezione responsabile e progettuale, il desiderio stesso si realizza nella relazione simbolica fra l’Io e il Tu, in un rapporto di riconoscimento reciproco. La relazione simbolica, quindi, sopraggiunge nell’istante stesso dell’umanizzazione e ne costituisce la base fondante, in quanto il simbolo introduce un terzo elemento di mediazione, che modifica entrambi i personaggi.

Il sentirsi amati non è un assunto dato una volta e per tutte, ma una condizione relazionale in continuo movimento, che necessita di conferme e riconoscimenti continui. L’arte delle relazioni umane, infatti, consiste nella capacità di gestire socialmente, con competenza ed abilità, le emozioni altrui, cooperando e stringendo legami di cura che prescindono la condizione fisica dei soggetti. La capacità di sintonizzarsi emotivamente permette l’accesso alla mente dell’altro, nella duplice gradazione di simpatia ed empatia che riguardano, rispettivamente, la comprensione di ciò che l’altro prova, a modo suo, e la condivisione del medesimo sentimento.

Se la funzionalità emotiva viene bloccata, avviene una limitazione, dal punto di vista mentale, dell’accesso al gioco simbolico, alla percezione del Sé, in una parola, all’empatia. La comunicazione emotiva è fondamentale nella costituzione di una personalità sana ed equilibrata indipendentemente dalla condizione fisica. Dall’impossibilità della sintonizzazione emotiva con le figure di riferimento e con il prossimo in generale, si crea spesso l’humus per l’accentuazione di tutti quegli stati di malessere dettati dall’incomunicabilità e dall’inaccessibilità al mondo, che possono decretare l’insorgenza di malattie complesse, o la degenerazione di patologie in atto.

Le nostre emozioni, infatti, riflettono le emozioni e le sensazioni vissute da altri generando cambiamento, in una dimensione di reciprocità basilare che ci permette di accogliere l’altro, qualsiasi altro, come simile a noi. Come scrisse il filosofo Merleau Ponty: <<A partire dal momento in cui ho riconosciuto che la mia esperienza, appunto in quanto mia, m’apre a ciò che non è me, e che io sono sensibile al mondo e ad altri, tutti gli esseri che il pensiero oggettivo poneva alla loro distanza mi s’avvicinano singolarmente.>> Noi uomini, in sostanza, ci troviamo rispetto agli altri uomini in una sorta di consonanza intenzionale. L’affinità con gli altri uomini non è nient’altro che un poter far loro eco, comprendendoli e rispondendo loro in un rapporto reciproco senza interruzione.

La condivisione delle emozioni è una dimensione che richiede apprendistato alla vicinanza e all’ascolto, appartiene ai territori della conoscenza, della comprensione e dell’educazione all’autenticità. Nella malattia, invece, la tendenza a formare un mondo alimentato da una concezione delle cose fantastica e personale, talvolta giunge alla negazione totale della possibilità d’incontro e dialogo con il mondo-degli-altri. L’esperienza emozionale, in generale, è alla base dell’intuizione e costituisce il terreno per le formulazioni di pensiero. Le emozioni costituiscono la più potente fonte di energia, autenticità e spinta motivazionale umana. Questo feedback, che proviene dal cuore ma mira alla testa, ci permette di costruire relazioni basate sulla fiducia, fornendo una bussola interna per l’orientamento della nostra vita.

Le emozioni ricoprono un ruolo fondante poiché costituiscono la lente discriminante con cui osservare la realtà, e influenzano il modo in cui ci rapportiamo al mondo e la nostra capacità di costruire relazioni. Sono sempre connesse a dei significati e determinano la qualità del nostro essere al mondo. Le emozioni, inoltre, costituiscono processi organizzativi e integrativi che svolgono un ruolo centrale nel coordinare le diverse attività del corpo e della mente, conferendo agli stimoli significati specifici e direzioni motivazionali. In molte forme di disabilità permettono l’instaurazione di legami che annullano le differenze. Le emozioni sono strettamente legate alla qualità delle connessioni neuronali, e collegate alla capacità di modulare ed attribuire, in base ad esse, significati alla realtà, qualunque essa sia, senza i quali la vita perde ogni suo senso. In sostanza ci permettono di annullare le barriere e volare al di sopra di ogni strumentale incomprensione.

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